Raccontare l’architettura attraverso le persone che la vivono, anziché soltanto attraverso chi la progetta. È questa la prospettiva di “Il Tempo della Montagna”, il docufilm che attraversa l’arco alpino italiano per raccontare dieci progetti e altrettanti modi di abitare, trasformare e prendersi cura dei territori di montagna.

Ho visto per la prima volta “Il Tempo della Montagna. ArchitetturAlpinA in dieci storie” al MART di Rovereto, in occasione della sua presentazione promossa dall’Associazione Architetti Arco Alpino (AAA). È stata un’occasione per scoprire dieci storie di architettura contemporanea nelle Alpi italiane, ma soprattutto per riflettere su una domanda che riguarda tutti noi: come possiamo prenderci cura dei territori di montagna, mantenendoli vivi e abitabili anche per le generazioni future?

Diretto da Francesca Molteni e Davide Fois, prodotto da Muse Factory of Projects e ideato e promosso dall’Associazione Architetti Arco Alpino, il docufilm accompagna lo spettatore in un viaggio di 1.200 chilometri attraverso l’arco alpino, dal cuore delle vallate fino ai 3.466 metri del Monte Bianco.

Dieci territori, dieci comunità, dieci progetti architettonici molto diversi tra loro. Scuole, piazze, alpeggi, infrastrutture, ex cave e antiche borgate recuperate diventano il punto di partenza per raccontare il rapporto tra architettura, paesaggio e vita quotidiana.

Quello che mi ha colpito maggiormente è la scelta di raccontare questi luoghi non attraverso le parole dei progettisti, ma soprattutto attraverso le persone che li abitano e li vivono. Una maestra, gli alunni di una scuola, un gestore di alpeggio, un addetto agli impianti di risalita, uno sciatore: sono le loro voci e i loro gesti quotidiani a dare significato alle architetture.

È un modo diverso di guardare al progetto architettonico: non più soltanto un edificio o un intervento da ammirare, ma qualcosa che prende vita attraverso le relazioni, le attività e le comunità che lo abitano.

Raccontare l’architettura attraverso chi la vive

Una delle scelte più interessanti del film è proprio quella di lasciare parlare soprattutto le persone che abitano e attraversano gli spazi, anziché concentrarsi esclusivamente sugli architetti e sulle loro opere.

Le riflessioni di Antonio De Rossi, docente al Politecnico di Torino, e Alberto Winterle, già presidente dell’Associazione Architetti Arco Alpino e direttore della rivista Turris Babel, accompagnano il racconto e offrono alcune chiavi di lettura sul ruolo dell’architettura nella trasformazione dei territori alpini.

Ne emerge un’idea di architettura come strumento sociale, capace di generare opportunità di lavoro, sostenere le comunità, recuperare risorse e costruire nuove possibilità per le generazioni future.

Dieci progetti, dieci modi di prendersi cura della montagna

I dieci interventi raccontati dal film sono molto diversi tra loro. Ci sono scuole, piazze, impianti tecnologici, strutture turistiche, alpeggi, ex aree industriali e antiche borgate. Alcuni progetti recuperano ciò che esiste, altri introducono nuove funzioni, altri ancora trasformano luoghi abbandonati in spazi di incontro e cultura.

1. Le sei cabine elettriche della Valle del But – Friuli Venezia Giulia

Il progetto di Federico Mentil, Gaetano Ceschia e Marco Ragonese interviene su sei infrastrutture tecnologiche diffuse nel paesaggio. Elementi normalmente considerati puramente funzionali diventano occasioni di dialogo con il territorio, fino a incontrare il linguaggio della land art e del cosiddetto Terzo Paesaggio.

Una delle sei cabine di distribuzione elettrica della Valle del But, in Friuli Venezia Giulia, oggetto del progetto Paesaggio Elettrico.
Paesaggio Elettrico: sei cabine di distribuzione elettrica reinterpretate attraverso un progetto architettonico che trasforma infrastrutture funzionali in elementi di dialogo con il paesaggio alpino della Valle del But. Foto via ceschiamentil.com

2. Il recupero delle borgate di San Gottardo di Rimella – Valsesia (Vercelli)

Gli architetti Carlo Sillano e Luigino Zardo affrontano il tema del recupero delle antiche borgate alpine, dove l’abbandono rischia di cancellare non soltanto gli edifici, ma anche le relazioni e le conoscenze che hanno dato forma a quei luoghi. A raccontare questa trasformazione è anche una giovane famiglia che ha scelto di trasferirsi a vivere nella borgata, insieme al proprio bambino piccolo. Una scelta di vita coraggiosa, fatta di nuove possibilità, ma anche di difficoltà, incertezze e quotidianità da reinventare in un luogo lontano dai servizi e dalle comodità della città. La loro storia dà un volto concreto alla possibilità di riportare vita nei borghi abbandonati: recuperare significa riconoscere il valore di ciò che esiste e immaginare nuove possibilità per il suo futuro.

Antiche abitazioni in pietra nella borgata di San Gottardo di Rimella, in Valsesia, oggetto di un progetto di recupero architettonico.
La borgata di San Gottardo di Rimella, in Valsesia, dove il recupero delle antiche abitazioni alpine punta a restituire vita a un patrimonio architettonico e culturale a rischio di abbandono. Foto di BelPatty86 via Wikimedia

3. La scuola dell’infanzia di Valdaora di Sotto – Val Pusteria (Bolzano)

Il progetto dello studio Feld72, Architektur Urbane Strategien, racconta come anche un edificio destinato ai più piccoli possa dialogare con il paesaggio e con il contesto culturale in cui si inserisce.

Scuola dell'infanzia di Valdaora di Sotto, in Val Pusteria, progettata dallo studio Feld72 e raccontata nel docufilm Il Tempo della Montagna.
La scuola dell’infanzia di Valdaora di Sotto, un progetto di architettura contemporanea che mette al centro il benessere dei bambini e il dialogo con il paesaggio alpino. Foto via Associazione Architetti Arco Alpino

4. La nuova scuola di Puos d’Alpago – Alpago (Belluno)

Progettata dagli architetti Gianluca Facchinelli, Celeste Da Boit e Giada Saviane, la nuova scuola è uno spazio dedicato all’educazione e alla vita della comunità. Un intervento che mette al centro il benessere dei bambini e il ruolo degli edifici scolastici nella costruzione del futuro dei territori montani.

5. Mottolino Fun Mountain – Livigno (Sondrio)

Il progetto, sviluppato da Anselmo Fontana, Studio LPS, Massimo Roj e Progetto CMR International, racconta la trasformazione di un’area dedicata alle attività sportive e turistiche. È anche un’occasione per interrogarsi sui modelli di sviluppo della montagna e sulle contraddizioni del turismo della neve e dello sci, che richiede infrastrutture sempre più grandi e quantità crescenti di risorse, a partire da energia e acqua per l’innevamento artificiale. Una questione particolarmente urgente in un contesto di cambiamento climatico, in cui l’aumento delle temperature e la progressiva incertezza delle precipitazioni nevose mettono in discussione la sostenibilità stessa di questi modelli. Fino a che punto è possibile continuare a investire in un turismo che dipende da risorse sempre più limitate e da condizioni climatiche sempre meno garantite? Una domanda che il film lascia aperta e che riguarda il futuro di molte località alpine.

Mottolino Fun Mountain a Livigno, struttura dedicata alle attività sportive e turistiche in montagna, protagonista del docufilm Il Tempo della Montagna.
Mottolino Fun Mountain a Livigno. Foto via Associazione Architetti Arco Alpino

7. Il recupero dell’alpeggio di Pragelato – Val Chisone (Torino)

A circa 2.000 metri di quota, il progetto di CoutanStudio, degli architetti Maicol e Devis Guiguet, interviene sull’alpeggio Meys (o Alpe del Mey), realizzando una struttura semplice e leggera, costruita utilizzando il legno del luogo. Un intervento che dialoga con il paesaggio senza imporsi, recuperando una struttura legata alle attività tradizionali della montagna. Un esempio di come l’architettura possa accompagnare la continuità delle pratiche locali, valorizzando i materiali disponibili e adattandosi alle caratteristiche dell’ambiente alpino.

La troupe al lavoro durante le riprese del docufilm Il Tempo della Montagna all'alpeggio del Meys, sulle Alpi piemontesi.
La troupe cinematografica durante le riprese all’alpeggio del Meys, a circa 2.000 metri di quota, protagonista di una delle dieci storie di architettura alpina raccontate nel docufilm, foto via Associazione Architetti Arco Alpino

7. Fondazione Nuto Revelli a Borgata Paraloup – Rittana (Cuneo)

A Paraloup, luogo simbolo della Resistenza italiana, dove durante la Seconda guerra mondiale si ritrovavano e si addestravano i partigiani, il recupero architettonico diventa un modo per mantenere viva la memoria, e restituire una funzione contemporanea a una borgata abbandonata.

Il progetto, firmato da Aldo e Giovanni Barberis, Valeria Cottino, Dario Castellino e Daniele Regis, conserva le antiche murature in pietra come testimonianza della storia, inserendo al loro interno nuove strutture leggere in legno di castagno locale, che ospitano gli spazi per l’accoglienza e le attività culturali. Un intervento ingegnoso in cui antico e nuovo convivono senza confondersi, trasformando la borgata in un luogo di cultura, ricerca e ospitalità.

Qui il recupero non significa riportare tutto a com’era, ma riconoscere il valore di ciò che rimane e costruire, a partire da quelle tracce, nuove possibilità per il futuro.

Struttura in legno inserita nelle antiche mura in pietra recuperate di Borgata Paraloup, sede della Fondazione Nuto Revelli in Valle Stura, Cuneo.
A Borgata Paraloup, i nuovi volumi leggeri in legno di castagno si inseriscono all’interno delle antiche murature in pietra, conservando le tracce della storia e della memoria della borgata partigiana. Foto via Associazione Architetti Arco Alpino

8. Tones Teatro Natura – Oira, ex cava di gneiss (Verbano-Cusio-Ossola)

Un’antica cava abbandonata si trasforma in uno spazio dedicato alla cultura e agli eventi. Il progetto di Fuzz Atelier mostra come un luogo segnato dall’attività estrattiva possa trovare una nuova identità attraverso il riuso e il rapporto con il paesaggio.

Ex cava di gneiss di Oira, recuperata e trasformata in teatro all'aperto Tones Teatro Natura, in Piemonte.
Tones Teatro Natura, a Oira (Verbano-Cusio-Ossola): un’antica cava di pietra trasformata in uno spazio culturale immerso nel paesaggio. Foto via Associazione Architetti Arco Alpino

9. Le nuove piazze di Castelfondo – Val di Non (Trentino)

A Castelfondo, gli architetti Mirko Franzoso e Mauro Marinelli hanno lavorato sugli spazi pubblici del paese, restituendo nuove possibilità di incontro e relazione. Durante la presentazione, Marinelli ha sottolineato come gli spazi, una volta realizzati, acquistino una vita propria: sono le persone, con i loro gesti quotidiani, a trasformarli e a dare loro significato. È quella che potremmo definire la fertilità dell’architettura vissuta.

Piazza e spazi pubblici riqualificati a Castelfondo, in Val di Non, Trentino, uno dei progetti raccontati nel docufilm Il Tempo della Montagna.
I nuovi spazi pubblici di Castelfondo, in Trentino, progettati per favorire l’incontro e la vita della comunità locale. Foto via franzosomarinelli.com

10. Skyway Monte Bianco – Courmayeur (Valle d’Aosta)

Un impianto di risalita ad alta quota, progettato dall’architetto Carlo Cillara Rossi, diventa occasione per riflettere sul rapporto tra infrastrutture, turismo e ambiente alpino. Un luogo che porta migliaia di visitatori in alta montagna e che pone anche una domanda importante: come conciliare la frequentazione turistica con la tutela di un ambiente tanto fragile?

Cabina della funivia Skyway Monte Bianco, una delle infrastrutture alpine raccontate nel docufilm Il Tempo della Montagna.
Skyway Monte Bianco. Foto di Stefano Venturini via Wikimedia Commons

Un’architettura che sa fare un passo indietro

Tra le riflessioni emerse durante la presentazione al MART, ce n’è una che mi ha particolarmente interessato: l’architettura non deve necessariamente essere protagonista del paesaggio. A volte il suo compito è proprio quello di fare un passo indietro.

Non servono sempre grandi opere o trasformazioni radicali. Anche piccoli interventi, gesti minimi, sottrazioni e demolizioni mirate possono contribuire a restituire qualità a un luogo.

Per progettare in montagna occorre innanzitutto saper leggere le differenze: ogni valle ha una propria storia, un’identità, caratteristiche paesaggistiche e sociali che non possono essere ridotte a un unico modello. Comprendere queste sfumature richiede ascolto, conoscenza e un lavoro condiviso con chi abita il territorio, anche attraverso il contributo di discipline come l’antropologia e la sociologia.

In questa prospettiva, la memoria diventa un atto creativo. Recuperare non significa ricostruire semplicemente ciò che c’era, né trasformare i borghi in scenografie per visitatori. Significa riconoscere il valore delle tracce esistenti, riutilizzarle e dare loro nuove possibilità.

È un’idea di architettura come pratica di cura: delle persone, degli edifici, del paesaggio e delle relazioni che tengono vive le comunità.

Dibattito dopo la proiezione del docufilm Il Tempo della Montagna al MART di Rovereto, dedicato all'architettura contemporanea nelle Alpi italiane.
Il dibattito dopo la proiezione di Il Tempo della Montagna nella sala del MART di Rovereto, con i protagonisti della presentazione e il pubblico. Foto: S. Ombellini.

Quale futuro per le montagne?

Il film non propone un modello unico da replicare, né pretende di offrire risposte definitive. Racconta esperienze diverse, con risultati e contraddizioni, lasciando spazio alle domande.

Come contrastare lo spopolamento dei borghi? Come rendere le scuole e i servizi luoghi di futuro per le nuove generazioni? Quale turismo può contribuire alla vita delle comunità senza compromettere gli equilibri ambientali? Come recuperare il patrimonio esistente senza cancellarne l’identità?

Sono interrogativi che riguardano non soltanto architetti e amministratori, ma tutti coloro che vivono, visitano e amano la montagna.

Anche per chi si occupa di turismo responsabile, queste storie offrono spunti importanti. Viaggiare in montagna significa infatti entrare in territori abitati, attraversare paesaggi che sono il risultato di secoli di relazioni tra uomo e natura, incontrare comunità che custodiscono conoscenze e tradizioni.

Il futuro delle Alpi non dipende soltanto dalla qualità delle nuove costruzioni o dalla capacità di attrarre visitatori. Dipende anche dalla possibilità di mantenere vivi i paesi, sostenere le attività locali, recuperare gli spazi abbandonati e immaginare un’economia capace di rispettare i caratteri di ogni territorio.

Il Tempo della Montagna ci invita proprio a questo: guardare oltre le architetture, per riconoscere le storie, le persone e le relazioni che le rendono vive.

Perché, in fondo, il valore di un luogo non si misura soltanto da ciò che vi viene costruito, ma anche da ciò che permette di continuare a vivere.


Locandina del docufilm Il Tempo della Montagna, dedicato a dieci storie di architettura contemporanea nelle Alpi italiane.

Il film

Il Tempo della Montagna. ArchitetturAlpinA in dieci storie
Regia: Francesca Molteni e Davide Fois
Produzione: Muse Factory of Projects, 2026
Ideazione e promozione: Associazione Architetti Arco Alpino
Durata: 54 minuti

Guarda il trailer: https://player.vimeo.com/video/1158471829

Maggiori informazioni: Muse Factory of Projects e Associazione Architetti Arco Alpino.