Dalla mostra In Minor Keys alle opere che raccontano il rapporto tra esseri umani e ambiente: quattro chiavi di lettura per scoprire una Biennale che mette in discussione il nostro modo di abitare il mondo e ci invita a riscoprire il valore delle piccole cose
Sono tornata da pochi giorni da Venezia, dove ho visitato la 61ª Biennale dell’Arte. Tra le sale dell’Arsenale e i padiglioni, alcune opere mi hanno colpita per la capacità di parlare di questioni ambientali senza limitarsi a illustrare la crisi climatica. Raccontano il nostro rapporto con la natura, con gli oggetti, con le risorse, con gli altri esseri viventi e con i luoghi che abitiamo.
Da questa visita è nata la voglia di ripercorrere alcune delle opere che mi hanno fatto riflettere, cercando un filo comune tra linguaggi e storie molto diversi. Un filo che ho ritrovato in In Minor Keys, la mostra internazionale concepita dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel 2025, e realizzata seguendo il progetto che aveva preparato.
Il titolo richiama i toni minori della musica, ma suggerisce anche un modo diverso di prestare attenzione: rivolgersi a ciò che resta ai margini, alle voci meno ascoltate, alle forme di vita e alle relazioni che rischiano di essere oscurate dal rumore della società contemporanea.
La mostra invita a interrogare un modello fondato sulla crescita continua, sulla produttività e sull’accumulo, nel quale gli ecosistemi e le comunità possono diventare danni collaterali. Attraverso i 110 artisti coinvolti, questa biennale offre una riflessione più ampia sul rapporto tra esseri umani, natura, potere e possibilità di vivere diversamente.
In Minor Keys: quattro spunti per osservare la Biennale
Visitandola, ho trovato particolarmente stimolanti quattro possibili chiavi di lettura. Non sono categorie ufficiali della mostra, ma prospettive attraverso cui osservare alcune opere e le domande che lasciano aperte.
1. Ascoltare anziché consumare
In una società che compete per catturare la nostra attenzione, ascoltare richiede una disponibilità diversa: fermarsi, osservare, accettare di non dover trasformare ogni esperienza in un acquisto, una prestazione o un contenuto da condividere. Anche visitare una mostra può diventare un esercizio di attenzione, anziché una corsa tra le opere più fotografate.

2. Riconoscere i tempi della vita
Le piante di Otobong Nkanga, le rocce e i paesaggi artici evocati da Alexa Kumiko Hatanaka ci ricordano che il mondo naturale segue tempi che non coincidono con quelli dell’economia. Crescita, rigenerazione e adattamento non possono sempre essere accelerati. È una riflessione sulla biodiversità, ma anche sui limiti di un modello basato sulla crescita continua.
3. Guardare oltre il proprio benessere immediato
Le opere di Florentina Holzinger e il padiglione di Nauru portano l’attenzione su ciò che spesso resta fuori dal nostro campo visivo: l’inquinamento, le risorse estratte e i danni ambientali che accompagnano i nostri modelli di consumo. Le conseguenze non scompaiono quando smettiamo di vederle; spesso sono altre comunità a sostenerne il costo. La sostenibilità diventa così una questione di giustizia, non soltanto di efficienza.
4. Coltivare altri modi di stare insieme

In Symbiosis, Xu Jiang crea un giardino di girasoli di bronzo e specchi in cui le forme si moltiplicano e si riflettono, dando vita a un paesaggio che invita a interrogarsi sulla convivenza e sul dialogo tra culture. L’opera suggerisce che il nostro rapporto con il mondo può fondarsi non soltanto sul possesso e sul controllo, ma anche sulla relazione e sul riconoscimento delle differenze. La qualità della vita non dipende necessariamente dall’accumulare esperienze e beni: può nascere anche dai legami che sappiamo costruire.
Gli abiti che scartiamo: Obroni Wawu di Victoria-Idongesit Udondian
All’Arsenale, una struttura simile a un edificio fortificato combina barili industriali, abiti usati e oggetti scartati. L’impressione è quella di trovarsi davanti a un accumulo trasformato in architettura: ciò che non vogliamo più vedere diventa improvvisamente impossibile da ignorare.

L’opera di Victoria-Idongesit Udondian, Obroni Wawu, affronta il tema dei costi ambientali e sociali della fast fashion e del consumismo. Il titolo, un’espressione akan traducibile come «abiti dell’uomo bianco morto», richiama il commercio di abiti usati che raggiungono i mercati africani.
Dietro un gesto quotidiano come liberare l’armadio si apre così una geografia complessa: produzione, lavoro, trasporto, scarti e comunità che si trovano a gestire gli effetti di consumi decisi altrove. Il fenomeno è legato anche al cosiddetto waste colonialism, cioè il trasferimento verso altri territori di rifiuti e costi ambientali generati dai modelli di consumo dei Paesi più ricchi.
L’opera ci chiede di guardare oltre il momento in cui un oggetto smette di esserci utile. Dove finisce ciò che buttiamo? Chi ne sostiene il costo? E quanto è davvero lontano il problema che pensiamo di esserci lasciati alle spalle?
Quando la tecnologia incontra la natura: Noospheres: Expanded di Michael Joo
Quattro grandi schermi a LED sospesi mostrano forme astratte che cambiano continuamente, tra macchie di colore fucsia, verde, blu e altre tonalità. Le immagini sembrano appartenere a un universo digitale in movimento, ma il loro legame con il mondo naturale è concreto.
Con Noospheres: Expanded, Michael Joo sviluppa un lavoro connesso a Organic Growth: Crystal Reef, un progetto in corso dal 2021 che utilizza forme cristalline generate digitalmente e processi di stampa tridimensionale nell’ambito di una ricerca sulla resilienza dei coralli al largo della costa di Kona, nelle Hawaii.
L’opera esplora l’intreccio tra tecnologia e sistemi naturali, aprendo una riflessione su come gli strumenti digitali possano contribuire a studiare la resilienza degli ecosistemi.

La domanda che lascia aperta è interessante: la tecnologia deve servire soltanto ad accelerare la produzione e il consumo, oppure può diventare uno strumento per conoscere meglio il mondo vivente e imparare a prendercene cura?
Le conoscenze che rischiano di scomparire: Alexa Kumiko Hatanaka
Nelle opere di Alexa Kumiko Hatanaka, il paesaggio artico non è soltanto uno scenario lontano. È un ambiente conosciuto attraverso pratiche, osservazioni e saperi che permettono alle persone di orientarsi e vivere in relazione con il territorio.
Le sue incisioni richiamano le formazioni della neve utilizzate dagli Inuit per la navigazione, oggi minacciate dalle trasformazioni legate all’aumento delle temperature. Quando il clima cambia, non mutano soltanto gli equilibri degli ecosistemi: anche le conoscenze costruite nel corso delle generazioni possono perdere i propri riferimenti.
In Susceptibility to Gravity, invece, Hatanaka si ispira ai koinobori, i tradizionali stendardi giapponesi a forma di carpa. Realizzate con la collaborazione di artigiani specializzati nella lavorazione delle vele, queste forme si gonfiano al vento. A Venezia, dove il rapporto con l’acqua alta fa parte della vita della città, l’opera richiama l’attenzione sul vento e sulle forze naturali che modellano i luoghi.
Il lavoro mette in relazione luoghi distanti, mostrando come l’ambiente non sia uno sfondo immutabile, ma una rete di condizioni da cui dipendono culture, memorie e possibilità di vivere.
Otobong Nkanga: le relazioni invisibili tra terra e vita
Al Padiglione Centrale e nel Giardino delle Sculture, Otobong Nkanga costruisce relazioni tra materiali, piante e architettura. Mattoni locali avvolgono alcune colonne; vasi in ceramica ospitano piante le cui radici e i cui rami si espandono intorno alle strutture.
Altre opere richiamano forme vegetali attraverso il vetro di Murano, mentre rocce provenienti da cave italiane entrano in relazione con acqua piovana e piante aromatiche.
I materiali non sono elementi inerti da utilizzare a piacimento: raccontano origini, trasformazioni, estrazioni e legami con i territori. Una roccia porta con sé tempi geologici; una pianta cresce seguendo ritmi che non possiamo comandare completamente.
Le opere di Nkanga invitano a riconoscere queste relazioni e a guardare alla natura non come a una riserva di materiali da sfruttare, ma come a una rete di cui facciamo parte. In questa prospettiva, prendersi cura dell’ambiente significa anche ripensare il modo in cui usiamo le risorse e ci rapportiamo ai luoghi.
I costi ambientali che non vediamo: da Seaworld Venice a Nauru
Nel Padiglione Austria, Florentina Holzinger trasforma lo spazio in un ambiente che richiama un parco acquatico, un impianto di depurazione e un luogo di ritualità. In Seaworld Venice, il corpo umano, l’acqua e la tecnologia entrano in una relazione inquieta, dove ciò che appare pulito e ciò che viene considerato contaminato non sono più facilmente separabili.
L’acqua è una presenza inevitabile nella vita della città lagunare, ma è anche il mezzo attraverso cui diventano visibili le contraddizioni del nostro rapporto con l’ambiente. Le infrastrutture che ci proteggono, i sistemi che trattano i rifiuti e ciò che viene nascosto alla vista fanno parte dello stesso paesaggio. L’opera non offre una soluzione semplice: ci invita a confrontarci con gli scarti della vita quotidiana, le conseguenze delle nostre attività e la vulnerabilità dei corpi e degli ecosistemi.
Un’altra prospettiva emerge dal padiglione della Repubblica di Nauru, intitolato AIM Inundated: Imagining Life After Land. Il progetto porta l’attenzione su un’isola del Pacifico vulnerabile agli effetti dell’innalzamento del livello del mare, la cui storia è segnata anche dall’estrazione intensiva del fosfato. Questa attività ha rimosso gran parte dell’interno dell’isola e compromesso vaste porzioni del territorio, lasciando conseguenze profonde sulla terra e sulla popolazione.
Il progetto invita a immaginare che cosa significhi vivere quando la terra, considerata per generazioni una base sicura, diventa fragile o viene compromessa. È una domanda che riguarda il futuro, ma anche le responsabilità del presente: chi beneficia dello sfruttamento delle risorse e chi ne eredita i danni?

Sono contesti diversi, ma entrambi invitano a guardare oltre il nostro benessere immediato. Le risorse estratte, l’inquinamento e i danni ambientali non scompaiono quando escono dal nostro campo visivo: spesso sono altre comunità a sostenerne il costo. La crisi ecologica non distribuisce le proprie conseguenze in modo equo. Per questo la sostenibilità deve comprendere giustizia, memoria e responsabilità verso le comunità più esposte.
Geographies of Distance: Remembering Home: quando cambia il territorio, cambia l’idea di casa
Nel padiglione dell’India, Geographies of Distance: Remembering Home riunisce artisti che riflettono sul rapporto tra luoghi, memoria e trasformazioni culturali.
Le strutture in bambù di Asim Waqif richiamano le impalcature utilizzate nell’edilizia e suggeriscono una riflessione sulla crescita urbana e sulla perdita della memoria collettiva. Le architetture in cartapesta di Skarma Sonam Tashi evocano invece il Ladakh, regione himalayana in cui lo sviluppo mette sotto pressione il paesaggio e la memoria culturale dei luoghi.
In questi lavori, l’ambiente non è separato dalla cultura: i materiali disponibili, le forme dell’abitare e le conoscenze tramandate contribuiscono a definire l’identità di un luogo. Quando il territorio si trasforma rapidamente, anche il legame con la propria casa può diventare più fragile.

Il padiglione suggerisce così che conservare un patrimonio non significa congelarlo nel passato. Significa riconoscere il valore delle relazioni tra persone, materiali, paesaggi e saperi, e domandarsi quali possano essere trasmessi al futuro.
Don’t Get Me Wrong: ritrovare la misura dell’essere umano
Al Padiglione del Libano, all’Arsenale, Nabil Nahas presenta Don’t Get Me Wrong, un’installazione immersiva composta da 26 grandi pannelli dipinti, disposti in un fregio continuo. Nel percorso, tra macerie, sabbia e mattoni a terra, anche i rumori dei passi amplificati contribuiscono alla percezione dello spazio, rendendo il visitatore parte dell’esperienza.

Forme geometriche, elementi figurativi e strutture che richiamano i frattali costruiscono un universo visivo in cui la natura sembra espandersi ben oltre la scala umana. L’opera non affronta direttamente la crisi climatica, ma apre una riflessione sul rapporto tra l’essere umano, il cosmo e la complessità del mondo. Le forme suggeriscono che ciò che osserviamo può appartenere contemporaneamente a scale diverse, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, ricordandoci che anche l’umanità è parte di un insieme molto più vasto.
In questa prospettiva, l’essere umano non è il centro assoluto di tutto ciò che esiste. Riconoscere la propria misura può diventare un primo passo per accettare la complessità del mondo e la necessità di convivere con ciò che non possiamo controllare.
Un altro modo di guardare il mondo
Tornando da Venezia, mi è rimasta soprattutto una sensazione: molte delle opere che mi hanno colpita non chiedono soltanto di essere guardate, ma di ripensare qualcosa del nostro modo di vivere.
Gli abiti scartati, i coralli, le piante, le rocce, l’acqua e i territori segnati dall’estrazione raccontano storie diverse, eppure sembrano ricondurre a una domanda comune: che cosa succede quando consideriamo il mondo soltanto in funzione di ciò che possiamo ricavarne?
Non tutte queste opere parlano direttamente di crisi climatica. Alcune ci invitano a osservare i materiali, altre a riconoscere la fragilità dei territori o le disuguaglianze che accompagnano lo sfruttamento delle risorse. Insieme, aprono uno spazio per interrogare l’idea che la natura sia qualcosa di esterno a noi, disponibile per essere utilizzato senza conseguenze.

Questa Biennale ci invita a prestare più attenzione a ciò che normalmente resta sullo sfondo. Ascoltare anziché consumare non significa rinunciare alle esperienze, ma viverle in modo diverso. Guardare con curiosità, riconoscere le relazioni, rispettare i tempi e ricordare che la qualità della vita non coincide necessariamente con l’accumulo.
Immagine di copertina: foto di S. Ombellini

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