Dopo un incendio devastante, Roberto cerca di salvare un antico mulino ad acqua immerso nei boschi della Liguria. Una raccolta fondi è stata avviata per proteggere ciò che resta e restituire futuro a un luogo di natura, famiglie e ospitalità lenta.

Ci sono luoghi che hanno un valore che va oltre le loro mura. Luoghi che diventano custodi di ricordi, incontri e momenti condivisi. Luoghi capaci di raccontare un modo diverso di vivere il tempo, più lento e più vicino alla natura.

Nel cuore della Liguria, nascosto tra i boschi e accompagnato dal rumore dell’acqua di un torrente, esiste un antico mulino che per decenni è rimasto abbandonato prima di incontrare Roberto. Quello che per molti poteva sembrare soltanto un rudere, per lui è diventato un progetto di vita: un luogo da recuperare, abitare e condividere.

Negli anni il mulino è diventato una casa per la sua famiglia, un rifugio per amici e un luogo di ospitalità per viaggiatori alla ricerca di un’esperienza autentica, lontana dai ritmi frenetici della quotidianità. Un luogo dove i bambini potevano esplorare liberamente la natura, dove il tempo sembrava rallentare e dove il rapporto con l’ambiente diventava parte integrante dell’esperienza.

Poi, alla fine di maggio 2026, un incendio ha gravemente danneggiato la struttura. Le fiamme hanno distrutto gran parte degli interni, ma non sono riuscite a cancellare la storia di questo luogo: i muri portanti e parte dell’antico meccanismo del mulino sono ancora lì, in attesa di essere protetti e salvati.

Oggi Roberto sta cercando di dare al mulino una nuova possibilità. Non soltanto per ricostruire un edificio, ma per continuare un progetto fatto di natura, ospitalità sostenibile, educazione e condivisione. Un sogno che guarda al futuro: restituire vita a questo luogo e trasformarlo nuovamente in uno spazio aperto alle famiglie, ai bambini e a chi desidera riscoprire un rapporto più autentico con il territorio.

Abbiamo chiesto a Roberto di raccontarci la storia del suo mulino, il legame che lo unisce a questo luogo e il sogno che vuole proteggere.

Intervista a Roberto Pesce

Roberto, partiamo dall’inizio: quando hai incontrato per la prima volta questo antico mulino, cosa hai visto in quel luogo abbandonato che ti ha spinto a investire tempo, energie e passione nel suo recupero?

Ho visto materializzarsi un sogno, qualcosa che abitava la mia memoria archetipica e che credo appartenga anche a quella collettiva di molti di noi. Lo hanno confermato, negli anni, le reazioni delle persone che hanno sostato qui: tutte hanno percepito quella radicalità essenziale che conduce a un contatto diretto con sé stessi, senza bisogno di aggiungere altro.

Un luogo dove convivono diversi elementi primari della natura, organizzati in un equilibrio di armonia e bellezza. È uno spazio che richiama la reverie di cui parla Bachelard: un rifugio interiore e spirituale, come quello che Jung realizzò sulle rive del lago, costruito in pietra e segnato dalla presenza dell’acqua come elemento essenziale.

Bambini che giocano liberamente su un prato immersi nella natura.

Nel corso degli anni il mulino è diventato molto più di una casa: è diventato un rifugio e un luogo di incontro per la tua famiglia, per gli amici e per gli ospiti che lo hanno vissuto. Quali sono i ricordi, le persone o i momenti che meglio raccontano l’anima di questo luogo?

Sono davvero troppi; tra questi citerei quelli appartenenti alla mia sfera affettiva e familiare. In primo luogo, vedere i miei figli, nei primi anni di vita, cimentarsi con pietre, erba, rivoli d’acqua e fango, vivendo giornate scandite da un’ampiezza rara da cogliere altrove, dove i rimandi sonori e visivi sono sempre estremamente stimolanti.

Poi, le espressioni di felicità di chi si risvegliava in questo luogo dopo una notte accompagnata dal canto dei grilli, dalle lucciole e dallo scorrere dell’acqua accanto. A leggerlo può sembrare bucolico, ma viverlo è stato semplicemente grandioso.

Ricordo anche il soggiorno di quello che oggi è un amico, un artista visuale parigino che ha trascorso qui diversi mesi negli anni, definendolo il luogo dove trovare una pace radicale. E ancora, le lucciole nelle sere d’estate sopra il torrente. Leggere queste righe può sembrare quasi pleonastico, ma vivere queste atmosfere è stata una sorta di benedizione della natura.

Il tuo progetto di ospitalità nasceva da un’idea molto particolare: offrire un’esperienza semplice, immersa nella natura, dove rallentare e riconnettersi con l’ambiente. Cosa pensi abbia trovato chi ha scelto di trascorrere del tempo al mulino?

Al tempo in cui il tutto iniziò, ero tra i primissimi in Italia e in Europa, non esistevano queste formule di ospitalità.

In particolare, aver abbinato il soggiorno alla possibilità di un bagno caldo in una regale vasca con acqua di sorgente riscaldata a legna, mentre il torrente scorre sotto, è stato il colpo di genio rispetto ad un semplice dormire in tenda, spaziosamente comoda e in cotone.

Gli ospiti hanno scritto recensioni, purtroppo perse a causa dell’incendio, simili a poesie. Serate e giornate uniche nelle loro vite, per noi diventate una sorta di dimensione estiva da condividere.

Antico mulino in pietra sotto la neve, circondato da alberi spogli e da un paesaggio invernale.

Per molti anni questo luogo ha resistito al tempo, alle intemperie e alle difficoltà. Poi è arrivato l’incendio. Cosa hai provato quando sei tornato al mulino dopo il rogo e hai visto i danni provocati dalle fiamme?

Non mi è mai piaciuta la parola glamping, così come tutti quegli inglesismi che potremmo evitare, avendo a disposizione una delle lingue più belle del mondo. In qualche modo, posso dire di aver anticipato un fenomeno che sarebbe poi diventato diffuso.

Gli ospiti hanno avuto modo di “tornare a casa”, spesso arrivando da professioni impegnative e da grandi città. Come dicevo, quella è la casa che ogni bambino riconosce istintivamente come tale: il disegno colorato che contiene tutto ciò che si desidera — pace, acqua e natura — ancora prima di averla mai vista. L’adulto la riconosce a sua volta, riscoprendo una parte profonda di sé.

Nonostante la perdita, hai scelto di combattere per salvare ciò che è rimasto. Cosa ti ha dato la forza di pensare subito a una rinascita invece che alla fine di questa storia?

Per varie ragioni, non vivo qui. Mi hanno telefonato e, stranamente, ero calmo e, tranne qualche momento no che sporadicamente arriva, ho recepito l’evento in modo positivo. Forse mi ha aiutato non vederlo bruciare, ma arrivare qui a cosa avvenuta. Come qualcuno a cui tieni molto che non vedi nei momenti finali.

Questa casa ha molti collegamenti con la mia psiche, rappresenta lati di me. Voglio ora considerarla come rinascita, in molti mi dicono lasciar stare, era già una sfida prima, al contrario voglio usare questo come una sorta di stimolo per partire, forse una utopia ma penso e spero di avere una storia da dire che può essere recepita, quantomeno provo a verificare.

Oggi la priorità è mettere in sicurezza il mulino, ma il tuo sogno va oltre la ricostruzione dell’edificio. Come immagini il futuro di questo luogo e quale esperienza vorresti offrire alle persone che lo visiteranno?

La bellezza del luogo, il volerlo preservare per una futura memoria, per i miei figli e per chi potrà forse un giorno vedere questa gemma, nel panorama di una normalizzazione sempre più imperante dell’abitare e quindi dell’essere collettivo. In qualche modo mi sento chiamato da quelle pietre e muri a rispondere al loro chiedere aiuto. 

Hai parlato di un luogo pensato anche per i bambini, dove possano tornare a esplorare, giocare e imparare attraverso il contatto con la natura. Perché senti che oggi sia così importante creare spazi di questo tipo?

Oltre la prima fase di copertura per le piogge autunnali, l’intento quello di creare un piccolo nucleo di architetture leggere, nel terreno di proprietà, specificatamente dedicate a famiglie con bambini, sollecitate a stare qui senza tecnologia, una sorta di riallineamento naturale, soprattutto nella bella stagione, invitate a stare qui suggerendo ai piccoli modalità espressive autonome, uso dei colori, dell’argilla, sperimentare la tattilità densa di vita degli elementi, senza insegnanti, senza laboratori che pretendono di insegnare nulla. I bambini sanno molto più di quanto la nostra supponenza propone. 

Una sorta di prima “residenza artistica” per piccoli d’uomo. I lavori possono poi fare parte di una collezione esposta. Questa è l’idea generale di base.

Nel progetto futuro immagini anche piccole strutture immerse nel bosco, come case sull’albero semplici e rispettose dell’ambiente. Qual è la filosofia che vuoi seguire per mantenere un equilibrio tra ospitalità e tutela della natura?

Non lo sento importante, lo sento fondamentale. Perché generalmente il ritmo e la condizione di vita globale dei più sono a mio avviso antiumani. Nessuno di noi vuole questa condanna inutile, siamo destinati ad uno stato di gioia, ma non lo sappiamo più, schiavi di qualcosa che porta ad altra schiavitù. La libertà da ogni gabbia, si può esperire e per farlo devono esistere condizioni degne.

In qualche modo lo intendo come un vivaio, una linea di pensiero, rispetto agli uomini, un po’ persi nel presente. 

Tra le mie esperienze passate c’è stato insegnare yoga e condurre una ricerca sonora legata agli stati di coscienza dell’uomo.

Mi piacerebbe coniugare il tutto, in percorsi fisici qui intorno. Piccoli gruppi che ogni tanto potrei condurre, autoascolto e silenzio, senza troppe appartenenze a schemi già percorsi, come quartier generale il mulino. Come accoglienza, una struttura diversa, sempre una casa storica, un altro luogo sul fiume a due km. dal mulino.

Antico mulino di pietra in liguria

Hai scelto un gesto simbolico molto particolare per coinvolgere le persone nella rinascita del mulino: lasciare la propria impronta attraverso una mano disegnata che verrà poi conservata nel soffitto del futuro edificio. Cosa rappresenta per te questa idea?

Perché la mano rappresenta forse la molteplicità di aspetti più grande nell’uomo, dal creare, al prendersi cura, al contatto (sempre più raro) tra persone. Con le mani agiamo nel mondo, anche verso l’immateriale, salutiamo, muovendole nell’aria, o scriviamo-disegniamo , lasciando segni permanenti del nostro passaggio. Il direttore d’orchestra muove una sottile bacchetta e ottiene una magia. L’ho intesa come una sorta di cerimonia tra esseri a distanza, come una moderna grotta dove osservarsi.

Dopo oltre vent’anni di storia, cosa vorresti che rimanesse del mulino? Qual è il messaggio che questo luogo vorrebbe trasmettere alle persone che arriveranno in futuro?

Una sorta di contaminazione controcorrente, utile a fare riflettere e possibilmente cambiare idee e abitudini alle persone.

Come dice il detto: chi va al mulino si infarina.

A proposito, certamente sarebbe bello rimettere anche in sento la ruota, questo comporta un lavoro ulteriore e conseguente esborso, unicamente sarebbe bello completare il sogno con un rimettere in moto il centro della casa in quanto luogo di trasformazione, prima legato alla sopravvivenza, ora forse meno e quindi appartenente ad una trasformazione dell’essere umano. Il mulino rappresenta un altro archetipo molto forte, contenendo in sé l’acqua che scorre e la ruota in movimento.

Se potessi invitare chi legge questa storia a fare una sola cosa per aiutare il mulino a continuare il suo viaggio, cosa gli diresti?

Banalmente di sostenerci, in tutti i modi possibili. Le parole non le conti, dicono nella mia terra, ma anche quelle servono se si è impossibilitati davvero a donare qualcosa. Altro aspetto che sto studiando, nella seconda fase della raccolta fondi, quello di ricompensare le offerte più cospicue con ricompense in soggiorni futuri in loco. Sono anche aperto ad una forma di partecipazione con uno sponsor, purché la linea di condotta sia da me dettata.

Questo è un luogo troppo magico, unico e bello, deve essere salvato.

Scopri come partecipare alla raccolta fondi e contribuire alla rinascita del mulino