Quanto amo la mia Dronero. Semplicemente la amo per come si mostra. Splendente, romantica sognatrice di tempi andati racchiude, fra le sue vecchie mura, antiche leggende, racconti di epoche che furono, ataviche tradizioni della gente che la abitò.

Nel quiete della notte, quando il silenzio avvolge le membra stanche dei suoi abitanti, amo passeggiare fra i vicoletti e le piccole strade scoprendo ogni volta colori dettagli ed emozioni nuove; di giorno, quando la cittadina si sveglia, la attraverso cavalcando la mia vecchia Monviso, e il vento mi  si infila fra i capelli, risvegliandomi i sensi  e ricordandomi ogni volta di più quanto sia bella la vita. Bella la vita, bella la mia cara Dronero. 

C’è un anziano signore, ogni giorno seduto sotto i portici, sulla stessa panchina. I suoi occhi azzurri mi riportano al cielo limpido e terso delle migliori domeniche settembrine, quando mi siedo nel giardino di casa ad ammirare la maestosità della valle che si apre oltre Dronero. Laggiù, le vedo, le cime del Chersogno del Pelvo e della Marchisa, e mi sembra di poterle toccare con un dito, tastandone ogni singola increspatura, come se fosse una reale panoramica stampata su carta cotone. E invece è terra, sono rocce, sono giovani camosci che svettano al cielo e vacche all’alpeggio i cui campanacci ad ogni loro passo compongo armoniche sinfonie d’altura, delle specie di intime preghiere a quel Dio che, da lassù, sembra essere un poco più vicino.

Quando poi, ho la fortuna e l’orgoglio di poter accompagnare gruppi di turisti al mio paese, sono grata. Grata perché, a fronte di una professione (quella di guida turistica) che alle volte diventa seriale e può peccare di mancanza di emozione, raccontare le storie e le leggende di Dronero per me racchiude un significato enorme, in primis per l’enorme passione ed eredità culturale trasmessami dai miei genitori, in secondo luogo perché ritengo che questo sia un posto adatto a chi è in cerca di se stesso, di quiete, di spazio e tempo per riflettere. O semplicemente per gustare la bellezza. Per questo motivo la prima raccomandazione che rivolgo alle persone è quella di prendersi del tempo. Perché il rischio, essendo questa cittadina di transito verso la valle Maira, è quello di attraversarla velocemente con l’auto senza cogliere nulla della sua vera essenza. Dunque insisto sulla lentezza, sul fatto che Dronero vada vissuta e visitata sulle proprie gambe, a piedi o in bicicletta, senza bisogno di grandi spiegazioni, ma semplicemente con la voglia e la curiosità di alzare il naso al cielo ed osservare. Perché la mia cara vecchia Dronero è in realtà un variegato collage di fotografie, di singole istantanee, di particolari architettonici e scorci paesaggistici che vanno a comporne il nucleo storico. Passeggiando sul Ponte del Diavolo, antico collegamento medievale al quale doverosamente si lega una leggenda, fino al vecchio mulino dove ancora vengono sfornati deliziosi biscotti, e poi intorno alle vecchie mura, alla parrocchiale che sulla facciata ricalca ataviche simbologie di umanità lontanissime (anche se noi pensiamo siano decorazioni cristiane!), alle signorili ville sorte qua e la come funghi nel boom del mercato della seta penso sempre che nulla ha questo paese da invidiare agli splendidi borghi del centro Italia. Forse solo la scaltrezza dei suoi abitanti, che evidentemente sono stati più abili a promuovere il proprio territorio.

uno scorcio di Dronero e del suo ponte, immerso nel verde circostante
Dronero - foto di Emanuele via flickr

Ma questo è l’altro lato che mi affascina di Dronero e della sua splendida valle Maira. La mentalità. Gente di montagna dura, a tratti austera, ma dal cuore profondo. Gente che ha sfidato il tempo e la sorte per poter campare, gente che non si è arresa di fronte alle grandi sfide della guerra, dell’emigrazione, gente che nei momenti più duri si è saputa reinventare con mestieri nuovi, intraprendenti e innovativi. E di qui nasce la lunga e paradossale tradizione dei commercianti di acciughe, il mare portato ai monti, piuttosto che quella dei caviè, i venditori di capelli che si sono arricchiti raccogliendo le ciocche delle donne per fabbricare le parrucche delle grandi nobiltà europee. 

Ma arriva il momento in cui è giusto che le parole lascino spazio ai sensi. Il mio invito, caloroso ed accogliente, è quello di venire personalmente a visitare queste terre. Troverete tanti tedeschi e svizzeri, pochi turisti italiani, perché qui siamo al di fuori delle grandi rotte del turismo massale. Ma quello che vi possiamo offrire garantisco che è autentico e alle volte un po’ spartano. Ma qui sta proprio il fascino della vostra gita.

Allora…vi aspetto per gustare un buon caffè  all’alba o un aperitivo al tramonto sulla terrazza del teatro cittadino. Sarete voi a dirmi se ne è valsa o meno la pena! 

 

Autore: Daniela Rebuffo

Concorso letterario "Racconta la tuà città"

 

Copertina: immagine di Tiziano L. U. Caviglia via Flickr