Le comunità indigene dell’Amazzonia hanno vinto la battaglia legale contro il colosso del petrolio Occidental Petroleum.

Le parole foresta Amazzonica, Perù e indigeni spingono la mente verso uno spazio lontano, fanno pensare ai mille verdi della vegetazione, ai raggi del sole che come dardi dorati si conficcano nel terreno umido, alle acque limpide che scorrono nel cuore della foresta, alle pelli olivastre di uomini e donne che si muovono al ritmo della natura. Un luogo ameno e inviolato in cui persone, fiori e animali convivono secondo la legge non scritta del rispetto.

Capanna sul fiume in Amazzonia
Capanna sul fiume di Guillaume Lavaure – flickr

Era così per le comunità Achuar, situate sulle sponde del fiume Huasaga prima della frontiera con l’Ecuador in Perù, fino al 1971, quando la compagnia Occidental Petroleum (Oxy) si è stanziata nei loro territori in cerca di petrolio.

Il canto di molti uccelli è stato rimpiazzato dal rumore delle trivelle. Il blu dell’acqua si è tinto di malsane sfumature nere e la popolazione indigena ha incominciato ad ammalarsi, soffrire di parti prematuri e morire.

Per 30 lunghi anni fino al 2000 la compagnia petrolifera ha lavorato indisturbata, estraendo petrolio e riversando nel territorio fanghi e acque contenenti metalli pesanti come cadmio, piombo e arsenico contaminando irrimediabilmente l’ecosistema. Secondo i dati ufficiali di Amazon Watch, un’associazione internazionale che si occupa di diritti umani, si tratta di 9 bilioni di barili di acque tossiche derivate dall’attività estrattiva del petrolio.

Quando nel 2006, a seguito di uno studio del Ministero della Salute peruviano, 199 persone sono risultate avere un livello di cadmio nel sangue molto superiore al livello di sicurezza, non è stato più possibile ignorare il disastro ambientale che questa compagnia petrolifera aveva compiuto e gli Achuar avevano finalmente una prova su carta di quanto avevano osservato e subito fino ad allora.

Comunità Achuar si riunisce
Comunità indigena del Ministero dell’Ambiente – Flickr

Perciò nel 2007 cinque comunità indigene hanno denunciato la Occidental Petroleum presso la Corte Federale di Los Angeles, sede legale della compagnia, che un anno dopo ha respinto il caso, sostenendo che fosse di competenza dello Stato Peruviano.

Arrestati nella loro corsa verso la giustizia, gli Achuar decidono di rivolgersi ai vertici del sistema giuridico Americano, la Corte Suprema. Un passo decisamente non alla portata di un gruppo di indigeni in terra straniera e con poche armi da spendere nella battaglia, ha pensato all’epoca la Occidental Petroleum. Ma quando nel 2013 la Corte Suprema rifiuta di ascoltare le motivazioni della compagnia dando ragione agli Achuar, le cose cambiano per sempre.

Le trattative per un caso così delicato si protraggono per anni fino al 5 marzo 2015 quando le parti hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo finanziario che vedrà la compagnia petrolifera risarcire le popolazioni, i cui dettagli non sono stati rivelati, ma saranno le stesse comunità a decidere come amministrare i fondi.

Il caso degli indigeni Achuar non rappresenta solo una vittoria importante per le comunità in questione, che vedono riconosciuti dopo molti anni i torti subiti, ma rappresenta anche un precedente storico a cui si potranno ispirare molte altre popolazione i cui territori sono stati inquinati, saccheggiati, rubati e devastati da grandi multinazionali.

É la fine di una storia indegna? No, non ci sarà pace per la foresta amazzonica e le comunità indigene finché sprezzanti interessi economici si insinueranno silenziosamente come melma nera nella foresta. Jefferson Vilchez, membro di una delle tribù Achuar, ascoltato da Marco Simons, direttore legale della EarthRights International, ha puntato il dito contro un’altra compagnia petrolifera, la Pluspetrol. Quest’ultima nel 2001 ha comprato dalla Oxy i diritti di concessione per estrarre il petrolio, portando avanti di fatto l’attività estrattiva, l’inquinamento e la devastazione della foresta amazzonica.

Il pensiero di tutte quelle vite di uomini, donne, piante e animali distrutti fa emergere una consapevolezza amara: dobbiamo aspirare a preservare i diritti umani e della natura e non sperare in una giustizia riparativa che non può cancellare i segni nel terreno come un’onda sul litorale.

Ogni granello di spiaggia ha un valore e una vita da tenere in considerazione.

Ecuador, nella riserva del Cuyabeno, Amazzonia
Ecuador, nella riserva del Cuyabeno, foto di Oxfam Italia, via flickr

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Autore: Gaia Giongo

Sono Gaia Giongo, cresciuta in un piccolo paese tra le montagne del Trentino che mi ha insegnato la bellezza imponente della natura. Mi sono appassionata poi di culture, viaggi e stili di vita "diversi", motivo per cui ho studiato all'università Antropologia e Sociologia e che mi ha portato ad esplorare l'Europa, il Nord Africa e l'Australia. Collaboro occasionalmente con "L'Adige" e con altri enti sul territorio per promuovere la cultura.
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