Bisbigli meneghini

E’ un tardo pomeriggio d’autunno. Il vento, ancora tiepido, sibila tra i palazzi e porta via le voci della città. Usciamo da una libreria discutendo dei nostri viaggi in giro per il mondo. Il sole spende ancora e corre verso il tramonto, dove s’intrappolerà nel groviglio delle gru che alzano i nuovi grattacieli.

Dobbiamo tornare verso la zona dello stadio, diametralmente opposto a noi. Il biglietto della metropolitana è già pronto nei portafogli, ma la discussione è animata, un caleidoscopio di ricordi del passato e idee per viaggi futuri, che non vogliamo esaurire in pochi minuti. 

Decidiamo di lasciare sferragliare il treno sui binari sotterranei, sballottare i manichini, forse persone, distrattamente immerse nel proprio io. 

Lasciamo le note del suonatore zingaro, stonate dalla stanchezza e dall’indifferenza dei passeggeri, e la sua cantilena, che ripete come un automa in cerca di qualche spicciolo. 

Evitiamo quel non-luogo, le fermate che scorrono con le loro etichette anonime, tutte uguali, che si annunciano con i ciak delle porte che sbattono. 

Ci incamminiamo a piedi. Attraverseremo tutta la città, viali, parchi, piazze, semafori, rotonde, incroci, da periferia a periferia passando dal centro. Ci metteremo alcune ore invece che venti minuti, ma ce le vogliamo godere tutte.

Ho perso il conto delle volte che ho tagliato Milano da sud a nord, da est a ovest, che gli ho girato dentro sulla circonvallazione interna o lungo la cerchia dei bastioni, in senso orario o antiorario. Forse mille. Distratte scorribande in metropolitana, a bordo di un bus, di un tram, chiuso all’interno della mia macchina nella bolgia del traffico. Sono sbucato dalle stazioni come una talpa, per andarmi a chiudere in una casa, in un teatro, in un pub. 

Questa millesima e una volta camminerò lentamente, come fossi un turista, come quando viaggio e voglio scoprire una metropoli in tutti i suoi angoli.

scorcio di case e biancheria stesa
Un quartiere di MIlano - foto di Manuela Montanarelli via Flickr

Decidiamo di guardarci a destra e a sinistra, stupendoci di dettagli o palazzi interi che non avevamo mai notato. Milano ora potrebbe essere Santiago del Cile, Tokyo o Kathmandu.

Iniziamo il viaggio da piazzale Loreto, dove la storia ha ceduto il passo al traffico che gira in una spirale ipnotica. Percorriamo Corso Buenos Aires, la via dello shopping. O meglio della spazzatura. Luci suadenti brillano in un viale dall’atmosfera grigia di un quartiere di periferia. Vetrine di plastica che ammiccano alle persone illudendole che l’abito faccia il monaco. Vestiti e scarpe griffati, finta eleganza su un piedistallo illuminato dai LED colorati, che una volta acquistati zampetteranno tra le cartacce e i mozziconi delle sigarette lungo il marciapiede. 

Le persone fuoriescono come formiche dalla metropolitana, camminando di fretta senza guardarsi in faccia, come se stessero scappando da qualcosa che gli corre dietro. Clacson striduli di malumore riverberano tra i palazzi facendo bollire il termometro dello stress. Due studenti distribuiscono volantini, sorridendo alle persone che li schivano come insetti ostili. Le lancette degli orologi stanno correndo più veloci del normale, spinte da una frenesia incontrollabile, che impregna e curva lo spazio-tempo cittadino. Senza accorgerci anche noi abbiamo accelerato il passo.

Giardini pubblici: qualcuno passeggia parlando al telefono, altri si siedono sulle panchine mangiando un gelato o una focaccia, mentre i podisti corrono cercando una bolla d’ossigeno nella metropoli. Quelli in forma superano con slancio quelli che cercano di recuperare la linea, persa nei fast food o nei cibi pronti in quattro minuti, e che ramazzano con i piedi le foglie che hanno già ceduto all’autunno.

E’ l’ultimo sprazzo della giornata, l’ultimo focolaio prima che la città ceda il passo al buio e ai suoi fantasmi.

In Piazza del Duomo i turisti indugiano con il naso all’insù di fronte alla cattedrale; si guardano in giro meravigliati, s’affrettano a scattare le ultime foto, mentre i cinesi cercano di vendergli cesti di cianfrusaglie sottobanco, sottocosto e sottofunzionanti. Da qui a breve la piazza sarà deserta. I senzatetto appariranno come spettri, nascosti nei loro cartoni, flebili ripari per la notte.

La Galleria Vittorio Emanuele è un deja vu di Corso Buenos Aires, dove però lo shopping e i ristoranti sono molto più kitsch, appannaggio dei pochi che se lo possono permettere. Qui, all’ombra del Duomo e del Teatro alla Scala, la moda potrebbe anche sembrare al posto giusto. L’abito nasconde il monaco. Ognuno cammina con addosso la propria corazza cromata, o pelosa, il volto mascherato da un centimetro di trucco. 

scorcio della galleria vittorio emanuele di milanocon le sue cupole e vetrine
La galleria Vittorio Emanuele - foto di Domonkos Angi via Flickr

Continuiamo in Brera, quartiere dell’arte. Cediamo alla tentazione di un pub irlandese. Gli orologi hanno smesso di correre. I tavoli sono circondati di gente che sorride finalmente rilassata davanti ad una pinta di Guinness. 

La birra scivola anche nelle nostre gole, mentre i discorsi dal viaggio vanno a sfumarsi sulla nostra vita e i nostri progetti. 

Riprendiamo la passeggiata costeggiando la pinacoteca e infilandoci nelle viuzze pedonali, tra gallerie d’arte e locali affollati. Gli indovini hanno piazzato i loro baldacchini coperti di tarocchi e carte magiche. Vorrei fargli leggere il futuro della mia città.

Altri cinesi si aggirano con i loro cestini carichi di cianfrusaglie. La passeggiata Bohémien ci accompagna fino al castello e si dirada velocemente mano a mano che abbandoniamo il centro. Le luci dei locali dissolvono e cedono spazio al buio dei vialoni alberati. In piazza Buonarroti attendiamo il verde del semaforo accanto a due donne in minigonna che discutono in una lingua dell’est Europa. Non stanno aspettando né il verde né l’autobus. La statua di Verdi osserva dal centro della piazza. Forse sta cantando: “La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d'accento e di pensiero”.

Un cliente accosta. Di Verdi gli importa poco.

Continuiamo in via Monte Rosa. Quartiere al confine tra il ricco e il decadente. Il via vai di auto si concentra dove alcune altre donne, distinte e ben vestite, attendono i loro clienti. Ne osservo una, bella ed elegante, che indossa gonna corta e giacca nera, su cui si appoggia un caschetto ben pettinato. In un ufficio del centro con i vetri a specchio sembrerebbe una donna in carriera, una modella, forse una star dello spettacolo. Invece batte sul viale, fumando una sigaretta.

La via continua stretta dall’abbraccio dei palazzi. Le finestre sono tutte illuminate. Immagino le persone all’interno, tutte sedute nella stessa direzione, zitte, sullo stesso divano, davanti allo stesso schermo che gracchia propaganda, ammazzando le ultime ore, gli avanzi della giornata che muore. Le lancette ora si trascinano stancamente.

Procediamo. Siamo ormai in vista dello stadio. La prostituta all’angolo è grassoccia, ha una minigonna vertiginosa e una calzamaglia bucata; si gira mentre si mangia un’unghia, ammiccando noi due “turisti” che passeggiano per la città. Le automobili procedono a rilento. Una si ferma: il finestrino si abbassa, e dopo un veloce scambio di battute la ragazza sale. Osserviamo l’auto ripartire e allontanarsi. Non è la scena di un film che finisce con la fuga d’amore di due innamorati, bensì la cruda realtà della città, quella vera, quella fuori dagli schermi e dai reality show: un ragazzo in cerca di un’illusione d’amore, e una donna che vende il corpo per campare.

Intravediamo la nostra macchina, rimasta parcheggiata sola soletta in fondo alla via. 

Chiudiamo le portiere e per un attimo restiamo in silenzio. Il viaggio è finito. Siamo di nuovo due esseri anonimi che corrono in una scatola di metallo verso un altro punto della città.

 

Autore: Marco Grippa

Premio letterario "Racconta la tua città"

 

Copertina: foto di Lorenzoclick via flickr

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