Respiro piano verso quel sole

“ …Respiro piano verso quel sole narrando al vento le mie parole, e i vecchi ulivi da sfondo al mare sciami di mosche fermi ad oziare, leggiadre piume ferme a galleggiare densa quell'afa calda da respirare…”

È così, con queste poche righe di una canzone a me molto cara, che voglio raccontarvi della la mia città, della la mia terra incontaminata, naturale, imperfetta forse, arretrata ma di sicuro conservatrice di una spontaneità donata. Sono arrivata questa mattina in aeroporto dopo un assenza di quasi tre mesi che mi ha visto lontana per motivi di studio. Lascio borse, bagagli, computer.

La mia casa mi accoglie come sempre ma oggi ho voglia di respirare, annusare, sentire sulla pelle. Ho bisogno di ritrovare il mio equilibrio interiore e non potevo non partire da questi luoghi che mi hanno visto crescere per una vita intera. Prendo in prestito la bici di papà, perfettamente funzionante. Mi preparo al sole salentino che picchia. Mi preparo alla fame che potrebbe sopraggiungere. Mi “nzuppo" due friselle con pomodoro, sale, olio e origano" tutto rigorosamente prodotto in casa, dalle mani vecchie del nonno che nonostante i suoi novanta anni non smette ancora di andare in campagna. Non ha un acciacco, non ha mai preso un medicinale in vita sua, si è sempre curato con i cosiddetti rimedi "della nonna”. Il potere della vita sana? Si, non posso non crederci. E a volte vorrei essere nata nella sua epoca, quando tutto era più sano, più autentico, più ecologico.

friselle, pomodori freschi e olio buono in un'ampolla
Friselle - foto di Alessandro Scarcella via flickr

Chiusa questa parentesi, sono pronta. Borraccia nella sacca ed esco. Questa giornata la passerò così, tra ulivi e muri a secco, tra alberi e terra rossa, tra scorci di mare e panorami mozzafiato. La passerò tra i percorsi ciclo turistici di una marina leccese che il turista per caso non conosce, ma che spero un giorno conoscerà. Mi addentrerò in sentieri selvaggi che mi faranno sempre sorprendere dello splendore di questo mondo. Lascio quindi il centro storico alle spalle e mi dirigo a nord - est di Lecce.

L’ itinerario prevede strade rurali asfaltate a scarso traffico automobilistico. Ho intenzione di passare per il Parco Naturale del Rauccio, la cosiddetta "via del mare" ovvero Lecce - Torre Chianca. Gradirei macinare tanti chilometri ma non sono allenatissima e per oggi mi accontento. Lascio alle spalle il centro abitato e inizio la mia breve ma intensa avventura. Per questa giornata non mi concedo neanche il lusso delle cuffiette. Credo tanto anche nel potere della musica ma è anche vero che ti allontana dalla realtà. In questo caso mi farebbe perdere il contatto con la natura. Questa mattina voglio percepire tutto, ogni singolo rumore, ogni singolo cinguettio, ogni singolo odore e ogni singola sensazione.

Inizio a pedalare. Che bella la mia terra. Tutti la conoscono ma pochi la vivono per davvero. Sono tutti abbagliati e folgorati dall'idea di un Salento festaiolo, mondano, luogo per eccellenza delle feste sulla spiaggia, delle discoteche in riva al mare. L'estate in Salento è un mito. I lidi sono strabordanti, le strade sono intasate, i parcheggi diventano un mercato. Tutti vogliono la prima fila, tutti seguono la massa. Tutti voglio toccare per credere, e così ci ritroviamo delle destinazioni al limite della sostenibilità. Ma non sarà un pò troppo stressante per tutti?  La vacanza risulterà molto bella e divertente per carità, ma la mia terra è anche altro, e questo concetto è solo per pochi. O meglio potrebbe essere per tutti se solo lo si volesse.

Mentre mi frullano per la testa questi pensieri ecco che, immersa nel verde mi ritrovo a salutare un contadino. Sorridente e accogliente, come la mia gente. Mi fermo per scambiarci due parole. È il proprietario di un masseria, produttore da decenni, allevatore e all’occorrenza affittacamere. Mi chiede incuriosito il perchè del mio passaggio, non devono transitare molte persone da li, un vero peccato. Decido di fare tappa qui, ne approfitto per riprendere un po’ di energia. L’afa del Salento, credetemi è più che sfiancante. La cosa bella di queste “escursioni” è poter improvvisare, è poter cambiare direzione o programma quando lo si vuole. Poter fermarsi più del dovuto, senza un clacson strimpellante che ti suona alle spalle. Poter godere al massimo con il minimo. Con la disarmante semplicità di un luogo. Lascio la mia bicicletta all’ombra di un ulivo, uno di quelli secolari, possenti con le radici ben piantate nella terra ma con i rami al vento, pronti a scompigliarsi.

Mi guardo intorno, che spettacolo. Che silenzio. Vorrei catturare tutte queste sensazioni e portarle con me, per affrontare i giorni caotici di una vita in città quando ne avrò bisogno. Vorrei che più gente provasse questi  momenti di relax, vorrei che più compaesani raccontassero di un “Salento” alternativo. Tra tutti i miei vorrei, riesco a fare la mia bella esperienza. Porto a casa una bottiglia di vino corposo, una passeggiata nei filari tra i pomodori rossi, l’odore un po’ forte dei cavalli nelle stalle e delle pecore al pascolo. Porto a casa l’ assaggio di un formaggio, il sapore aspro dei fichi.

Continuo a scrutare con lo sguardo, a scoprire, a sorprendermi. Continuo a convincermi sempre più di aver fatto bene a optare per questa “gita fuori porta” piuttosto che una semplice giornata al mare, al fresco di un ombrellone, ma lontana da tutti questi spunti, questi stimoli. Affianco come previsto la riserva naturale del Rauccio, che ad essere sincera “corteggiavo da un po”. E’ completamente verde. E folta. E variegata. E colorata. E piacevolmente aggressiva. E’ grande.

Nel parco si ritrovano i tipici elementi del paesaggio rurale dell’area mediterranea. So per certo, documentandomi  che dovrebbero esserci delle paludi, degli stagni ma la direzione presa, mi porta a ritrovarmi davanti un’ antica torre, accerchiata da resti di muretti a secco e costruzioni di pietra informe. Mi avvicino, alla ricerca di informazioni. Qualche sguardo ai pannelli illustrativi e capisco che mi trovo in un complesso masserizio fortificato, provvisto di frantoio ipogeo all’interno, databile tra il XVI e il XVIII secolo. Do uno sguardo alla mappa. Non ce la farò a visitare tutto. Le zone di interesse non sono poche. Faccio una scelta, e la vicinanza con la splendida Abbazia romanica di Cerrate (XII sec.), adibita anche a Museo delle Tradizioni Popolari fa si che la mia scelta ricada sul “percorso” architettonico, almeno  per oggi, cosi’ da poter portare via un ricordo completo e variegato. Mi va bene. Terminerò li la mia “passeggiata”, considerando i tempi tecnici di arrivo.

Tempo un’ oretta e con un po’ di difficoltà, in quanto un po’ nascosta e con poche indicazioni, riesco a intravedere l’ abbazia. Mi accoglie un ampio spazio. Si respira storia qui, si respira identità, si respira cultura. Leggo da qualche parte che sono stati fatti degli interventi, che un po’ di associazioni si stanno interessando. Sono contenta. E’ sempre troppo poco valorizzata tutta questa ricchezza. Tutto questo  contribuisce ad elevare notevolmente il valore di tutta l’area ma perché se chiedo in giro pochissimi la conoscono?

Tanti sono i perché che mi affollano nella testa ma una convinzione sopraggiunge. Ho deciso di andare fuori per studiare turismo. Dovrei laurearmi a breve e di una cosa sono certa…tornerò anche solo per fare qualcosa nel mio territorio. Mi muoverò per valorizzare, per promuovere, per dare evidenza a queste zone. Spingerò affinchè un domani possa svilupparsi un moto etico e responsabile. E una promessa. Nel mio piccolo proverò a fare grandi cose. Per oggi torno a casa soddisfatta, arricchita e stanca. 

una persona cammina sopra dei blocchi di cemento, il cielo dietro è giallo di tramonto
Foto di castgen via flickr

Autore: Silvia Guacci

Premio letterario "Racconta la tua città"

 

Copertina: foto di Giovanni Orlando via flickr

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